Relazione del quarto incontro

L’intervento del prof. Johnny Dotti inizia con un presupposto fondamentale: più che un senso del lavoro, esiste un lavoro che genera senso. In altre parole è in quanto lavoratori che contribuiamo al senso stesso del lavoro, divenendone cioé con-creatori nella misura in cui ne assumiamo la vocazione. E vocazione altro non è che una risposta res-ponsabile ad una pro-vocazione… risposta che genera una con-vocazione, cioè un’idea di società.

Un secondo presupposto è che il senso del lavoro non ha nulla a che vedere con la prerogativa classica del posto sicuro: l’esistenza stessa (dal latino ex sistentia, ovvero avere l’essere da un altro) è precaria e ben diversa dall’idea di con sistentia. È in quest’ottica – per cui tutto è da custodire ma nulla da conservare – che possiamo leggere il significato stesso del lavoro, che racchiude insieme la condizione di battezzato e di precario. Precario nel senso di pellegrino, perché il pellegrinaggio è la postura esistenziale del cristiano.


Dotti traccia la storia del lavoro a sommi capi a partire dal primo capitalismo, che per nascere aveva bisogno di un’idea di lavoratore forte, ma che accettasse il lavoro alla catena di montaggio (alienante) in cambio di aiuti e vantaggi fuori dall’orario di lavoro. È in questa fase che nasce il welfare state, ed in cui si instaura un equilibrio sostanziale tra capitale e società. Anche il paradigma democratico classico (democrazia rappresentativa) nasce in questo clima.

Dagli anni ‘70 (1973: fine dello standard aureo per le monete) il sistema però si riposiziona: lo scambio, che prima avveniva tra capitale e società, ora diventa tra finanza e consumo. Il passaggio di paradigma è sostanziale: il denaro diventa un fine in sé. Non c’è più bisogno del produttore, ma del consumatore. E il mito nascente del consumatore affonda nell’essenza stessa del cristianesimo le proprie radici: nella consumazione della particola è racchiusa tutta la perversione di un uomo che crede di poter diventare un po’ più Io. Questa idea di consumo cresce con la nascente sostituzione dell’esistenza con la con-sistenza: e se con la precarietà dell’esistenza tutto prende valore, con la radicalizzazione della consistenza tutto diventa diabolico. Con il consumo nasce anche il diritto individuale (l’idea di diritto nasce ben prima, ed equivale al diritto sociale) che altro non è che una trasposizione narcisistica dei bisogni individuali: sono libero soltanto quando sono libero di consumare.

Con la crisi del 2008 finisce questa fase in cui tutto il lavoro è per sostenere il consumo – un mito che purtroppo continua a vivere nella politica di oggi, in cui l’obiettivo resta quello di innalzare il livello dei consumi. Il valore che viene promosso ora è quello del lavoro condiviso – e non già per-diviso.


Per concludere, quale valore possiamo dare al lavoro oggi?

Appare chiaro che non possiamo più accettare di porci dinanzi ad esso come una somma di individui, né millantare “mi sono fatto da me”. Altresì siamo consapevoli del fatto che il paradigma tecnocratico e individualistico (entrambi degenerazioni perverse del cristianesimo: distorsione dell’homo faber il primo, distorsione del personalismo il secondo) rischia di schiacciarci in un sistema che ci rende sempre meno uomini e sempre più prodotti, meno attori e più passivi consumatori.

E se è vero che esistiamo nel momento in cui siamo PER gli altri, siano essi la famiglia o i colleghi di lavoro, allora dobbiamo convenire che è la relazione che costituisce il valore più alto e più autentico del lavoro (in questo l’uomo è a immagine del Dio Trinitario). Così la sfida per il cristiano di oggi è piuttosto quella di impegnarsi nel bene comune (e per la gestione dei beni comuni da non privatizzare, ma magari da de-statalizzare), in cui poter fare esperienze altre (e alte) di democrazia.

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